Prof. Pino Bonanno

L'opera di Michael Oberlik si esprime attraverso percorsi espressivi che rimandano all’arte

astratta e con l’intenzione di rendere visibile l'invisibile.

Perché, appunto, manifestare l'invisibile è compito della pittura.

L’artista austriaco, in modo esplicito, opera sul valore intrinseco della materia pittorica, anche se sembra istituire una vaga e leggera analogia con un altro piano, quello di mostrare la materia della pittura nel suo valore autonomo; anche se è chiara la dimensione “spirituale” della sua ricerca astratta.

L’interesse per la pittura si manifesta in Oberlik come urgente curiosità per il vissuto dei colori e sotto la spinta di sperimentare i loro più nascosti segreti e significati.

L’artista sa che sempre la pittura racconta la sua storia, fatta di lacerazioni profonde e di incantamenti emozionali. Questa storia rimane evidenziata nella materia della pittura, sensibile, malleabile, docile se la si comprende e si asseconda mediante il gesto abile dell’artista, capendo che è una materia densa e rarefatta, che coniuga velate, bidimensionali superfici e abissali oscurità.

E’ una storia che si fa strada tra impervi passaggi, spazi d’ombra e squarci di luce.

Nel caso di Michael, personalità solare e dalla intelligenza riflessiva, la luce, il colore manifestati da sonanti vibrazioni interne, hanno un ruolo importante ed esclusivo: si amalgamano alla materia, senza mai soccombere, seguono la forma, ma non subiscono l’ordine gerarchico. Con il variare della luce e della sua densità, la materia pittorica stessa assume nuove connotazioni, assorbendo forme, grafìe e loro intendimenti espressivi.

Questo percorso di diversi stati emotivi, di diverse intensità cromatiche, di diverse stratificazioni luminose, queste variazioni di atmosfere, questa metamorfosi continua di forme e materia è l’autentica storia che la sua pittura racconta.

Se la materia della sua pittura è, insieme al segno grafico prevalente, il colore, l’espressione cromatica, allora il colore non è più uno strumento, ma diviene una forza, una realtà autonoma attraverso cui egli agisce e si identifica.

Anche perché, la pittura, è una materia estremamente manipolabile, pronta sempre ad assumere le forme della sensibilità, vicina al pensiero e alle emozioni.

E’, in fondo, la manifestazione delle tracce, delle pulsioni più profonde dell’artista.

Trattiene tutte le sensazioni e le passioni che lo attraversano.

Per il nostro artista, la pittura è una materia da studiare, amare, praticare, conoscere in quanto è viva e mobile. Egli la pratica con enorme convinzione e affezione per sondare i percorsi profondi e solitari.

L’intensità del segno e del colore divengono i principali elementi che qualificano il suo lavoro incessante di dosatura e sottrazione, accensioni e spegnimenti.

Ciò significa che la sua pittura sostanzialmente nasce dalle emozioni, da una condotta implicita che semplifica la fase dell’ideazione in quella del gesto sensibile.

Un gesto pensato tra l’affanno dell’urgenza e la volontà pre-memoriale di chi ha molto da raccontare; un gesto mutevole, variegato nella espressione degli effetti ottici, che nasce da un impulso profondo, ma si distende per assecondare le ragioni della luce e delle sue geometrie interne.

E’ un “furore” che giustifica le necessità di parlare sempre attraverso il segno e il colore, della loro vita remota e degli incantamenti più suadenti.

Una vita pronta ad accogliere echi e memorie e, tuttavia, rimane una materia altra, separata

dai giochi infiniti della conoscenza la quale è nota solo agli spaesamenti dell’artista.

Maggio 2009 Pino Bonanno

LEGGENDO OBERLIK - di SALVO FERLITO

 

Raccontare (e raccontarsi) per immagini è da sempre il vero fine perseguito dai pittori.
E’ proprio alla scoperta dell’enorme potere di significazione insito in semplici graffiti o tracce incisi su una roccia che si deve la nascita della pittura, ovvero di uno dei più straordinari strumenti d’espressione mai concepiti dalla mente umana. Il grande artificio della scansione affabulatoria (e illusoria) delle superfici, attraverso un sistema di segni via via organizzati in lessici dalla sintassi sempre più complessa (e in quanto tali in grado, nei millenni, di procedere da semplici e primitive descrizioni a sempre più articolate e mimetiche rappresentazioni, fino a giungere a forme espressive altamente concettuali e maggiormente astratte dalla verità ottica), costituisce infatti la grande alchimia di quest’arte ingannevole e pur tuttavia incredibilmente capace di irretire con le sue infinite combinazioni verbali e le sue molteplici sfumature narrative.
Una vis evocativa della quale Michael Oberlik ha una tale consapevolezza, da aver voluto ideare e inevitabilmente impaginare in forma di racconto questa sua ultima serie di dipinti, la cui sequenza espositiva, non a caso, risponde a criteri di logica visiva tipici d’una compiuta narrazione.
La suddivisione delle opere in un prologo e tre libri (più varie annotazioni), la geometrica segmentazione in più parti delle stesse (quasi a figurare un ideale succedersi di pagine), l’adozione d’un linguaggio astratto ma dal forte impianto segnico (a mo’ di immaginifica scrittura), la tendenza a non recludere il pensiero nel perimetro che delimita i supporti, l’articolarsi delle cromie – quadro dopo quadro – secondo meccanismi contenutistici propri d’una trama che si evolve, il marcato dinamismo visuale, tutto, insomma, contribuisce a una ideale e simbolica strutturazione delle tele – singolarmente prese e soprattutto nel loro insieme – nei termini d’una sorta di mirabolante manoscritto, nel quale il pittore austriaco ha riversato una fedele trascrizione della sua fantasiosa e tumultuante personalità. Una trascrizione che si avvale d’un lessico tendenzialmente espressionista (nei modi e nelle forme dell’Espressionismo astratto storico di matrice mittle-europea) e che tuttavia, pur propendendo per esiti informali (con tutto l’implicito corteo di contenuti emozionali estroflessi ed esibiti), giammai giunge a rinnegare integralmente la figurazione, di cui mantiene invece palesi tracce residuali, ben riconoscibili nell’insistito ricorrere di biomorfismi ed antropomorfismi.
In tal senso, la pittura di Michael Oberlik si pone in quell’ambito linguistico (coerente con la tradizione espressionista, ma con ibridazioni da graffitismo contingente di ascendenza nord-americana) che fa del recupero di suggestioni primitive ed aborigene un cardine fondante, attorno al quale sviluppare l’intero ordito della propria narrazione.
Scandendo, col bituminoso e pigmentato incedere delle corpose e nere pennellate, la superficie delle tele (e con essa l’accesa tessitura coloristica), il reticolare insieme segnico si offre per tanto alla visione quale sistema di repere, in grado di guidare l’osservatore in una caleidoscopica lettura di enigmatici grafemi.
Scrittura incantata ed irretente – questa di Oberlik – alla cui ipnotica energia dà un decisivo contributo, ai fini della “termica affettiva”, l’articolato ed alternato (libro per libro, capitolo per capitolo) uso del colore. Se nei quattro capitoli del primo libro è infatti tutto un susseguirsi di variegate e vivacissime cromie (gialli e rosso-arancioni accostati ai neri lineari e maculari ed a più aeree spaziature), altrove, a partire dal prologo e soprattutto col procedere della restante narrazione, si registra viceversa il prevalere di tinte dominanti (come i rossi rugginosi e i grigi), tendenti ad occupare – con poche interferenze biancastre ed azzurrognole – la totalità delle campiture interposte fra i tracciati. Il che pare avvenire in ottemperanza ad un iter emozionale, di cui l’artista austriaco descrive la ritmica pulsante con una grafia fortemente gestuale, ove il mistilinguismo tecnico è la nota imperativa. Non a caso, quindi, pennellate nevrili si alternano a più misurati inserti, scolature di colore controbilanciano stesure più composte, e improvvisi scarti materici (ottenuti con dovizia di pulviscolari pigmenti) violano aree più seriche e serene, quasi a volere dare corpo visuale al multiforme e complesso incedere delle proprie cinetiche intrapsichiche.
Nel pieno rispetto di ormai consolidate correnti di pensiero letterario ed artistico-visivo, anche quello di Michael Oberlik si pone, dunque, come un “raccontare” e principalmente un “raccontarsi” del tutto aperto, cui l’osservatore è chiamato a dare un personalissimo finale. Ed è proprio qui, lungo l’ineffabile limen fra l’immaginario dell’artista e quello del fruitore, che la pittura compie la sua incredibile alchimia; proprio in questo arcano insondabile, nel quale la soggettività dell’autore si incontra con quella dell’osservatore-lettore, dando luogo a quella irripetibile crasi simpatetica che trasforma un semplice intreccio di segni e di colori in una affermazione di condivisa identità.  

Salvo Ferlito, Palermo

 

Intervista curata di Cristiano Mattia Ricci

 

-TRAPANI

Nella tua precedente mostra personale presso la Quadreria del Lotto (agosto 2002), hai tratto ispirazione diretta per i tuoi quadri dal paesaggio della Sicilia, e in particolare da Trapani. Quale intimità si  creata tra te e questa città, la sua gente?

Durante il mio primo soggiorno a Trapani, vivendo nel cuore della città ho fatto la conoscenza di persone molto interessanti, fra cui mi piace ricordare colui che è diventato un vero amico, Antonio Sammartano che mi ha fatto visitare Trapani e dintorni. Anche mia moglie è stata attratta moltissimo oltre che dall'ambiente dagli scenari paesaggistici che ci hanno fatto assaporare una condizione poco turistica e molto familiare, tanto che quando ritorniamo a Trapani ci sentiamo quasi a casa nostra.

 

LA PITTURA, perché...

Intravedo, nella forza espressiva della tua pittura, delle affinità con quei movimenti artistici di ripresa della disciplina pittorica attuati verso la seconda metà degli anni Settanta in area tedesca dai "Neue Wilden". Pur se di natura prevalentemente astratta, i tuoi dipinti mi sembrano infatti poco affini alle matrici dell'informale storico e più vicini, per sensibilità e gusto, a pittori come A.R. Penck, Markus Lüpertz, Karl Heinz Hödicke, Antonius Höckelmann, Jörg Immendorff. Ti riconosci nelle istanze di ripresa della pittura di quegli anni? Ritieni che possa essere ancora utile ribadire, oggi, l'importanza della pittura nell'arte contemporanea?

Dal 1976 al 1980 periodo in cui muovevo i miei primi passi d'artista sono rimasto impressionato oltre che dagli artisti da Lei citati anche e soprattutto dal pittore Emil Schuhmacher e dall'artsta austriaco Markus Prachensky. Nel 1980 i miei quadri erano più "spontanei" più "ariosi", colore puro su carta bianca. Poi negli anni '90 il fondo trattato è diventato una mia esigenza e sono nati i primi "segni significanti", una ricerca che mi impegna ancora. Per quanto riguarda la seconda domanda, io penso che la pittura non sarà mai poco importante e nell'epoca dei nuovi media l'importanza della pittura crescerà! Vede, la pittura nasce nella testa, transita per il cuore e viene trasferita dalla mano non certo da un computer o da una videocamera e le peculiarità dell'artista sono quasi una firma.

 

RACCONTARE...

Le nuove opere che presenti in questa mostra, Raccontare, fanno parte di un ciclo concettualmente strutturato come un'opera letteraria; più precisamente, è come se si trattasse di un unico grande libro. Che rapporto hai con le altre arti, e cosa intendi raccontare con questo tuo "grande libro visivo"?

Per me tutte le arti sono importanti, da giovane ho fatto parte di una band rock, suonavo il piano e la chitarra inoltre scrivevo moltissimo, suonavo e scrivevo perchè volevo "raccontare". Anche il contenuto di un quadro racconta qualcosa, chi li osserva deve appropriarsi del contenuto, interpretando come crede "i segni significanti". Fare ciò vuol dire leggere qualcosa che parla di me, ma che può aiutare il lettore a "leggersi".

 

AUSTRIA E ITALIA

Tu abiti in Austria, a Linz, ma sei spesso in Italia, dove hai diversi contatti con il mondo dell'arte. Quale è lo "stato di salute" dell'arte contemporanea in Austria, e quali differenze riscontri tra gli operatori del settore nei due paesi?

Secondo me la situazione in Austria è meno "aperta". E' molto difficile entrare nelle gallerie d'arte, dove espongono sempre i soliti artisti che fanno parte di un determinato circuito, in Italia mi sembra che la situazione sia migliore grazie forse ad una sensibilità tutta vostra, anche se il mercato dell'arte è in crisi ovunque.

 

ARTE CONTEMPORANEA INTERNAZIONALE

Ti senti attratto dalle più recenti evoluzioni dell'arte contemporanea internazionale?

Quali sono gli artisti, le culture, i movimenti che più ti interessano? In generale mi interessano tutte le belle arti, ma soprattutto le innovazioni nel settore della pittura; l'arte "computerizzata" o la video art per me sono un po' difficili.Inoltre mi interessano molto queste relazioni dell'arte con i movimenti sociali, politici, per esempio il lavoro delle "Sorelle HohenbUüchler" in Austria.

 

EVOLUZIONE DEL LINGUAGGIO ARTISTICO ED INNOVAZIONE

Ritieni che l'innovazione debba essere considerata una delle priorità nel lavoro di un artista?

Quali secondo te, devono essere le priorità comunicative di una ricerca artistica e cosa l'artista "dovrebbe" principalmente raccontare? Innovazione e sviluppo dovrebbero far parte di ogni artista. Ciclicamente ogni artista dovrebbe raccontare se stesso le sue mutazioni i suoi cambiamenti, facendone ricerca, perché la vita di ognuno cambia e tutto può cambiare anche il modo di dipingere.La mia priorità comunicativa comunque è sempre e solo cercare di rendere la gente pi sensibile, più attenta, più riflessiva, più aperta a nuove idee a tutto ciò che succede. In questo senso, il mio lavoro ha un aspetto sociale e politico.

 

Intervista curata da Cristiano Mattia Ricci

 

 

LEGGENDO I QUADRI - di Dr. Ferdinand Resch

Leggendo i quadri

Michael Oberlik si occupa nel suo lavoro su il piano supremo dell´ astrazione con gli strumenti fondamentali della comunicazione – i segni, e sta analizzando questi segni in un modo archetipico e critico-sperimentale a loro ambiguità ed univocità.

L´artista in questo modo lavora in un campo verso il segno concreto, li, dove quei segni possono essere accolti dal pubblico, se corrispondono alle esigenze della comunicazione, come, tra l´altro, alla semplicità, all’inconfondinazione ed all'univocità.

Io considero quest’ambito di lavoro di Michael Oberlik come l´ambito più avvincente e più importante nell’arte, un ambito, in cui anche sono nati i nostri segni grafici.

Da quando esiste la scrittura, i quadri possono essere letti!

 

Dr. Ferdinand Resch, per la mostra “leggendo i quadri”, Michael Oberlik, Galerie Vernissage, Vienna, 2003